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RIFLESSIONI
di Giorgio Zanolini

La molla che mi ha portato a scrivere queste righe è scattata in seguito a due avvenimenti: il primo, la lettura dell’articolo del M° Tamanini sulla rivista "I Fiati", mentre il secondo è la partecipazione al Festival di Modena 2003.
Parto proprio dall’esperienza modenese, vissuta assieme al Presidente dell’I.M.M.S. Italia, Renato Krugg, perché è quella che mi ha deluso di più. Per inteso, quando parlo di delusione non mi riferisco all’organizzazione, bensì allo stato in cui versano le Bande Militari italiane.
Partecipiamo alla serata finale del Festival, Sabato 12 Luglio. Appena si schiude il portone dell’Accademia militare si sentono le prime note della serata... stonate. Per battuta ci diciamo che saranno sicuramente gli italiani: ed infatti è proprio così.
Mi fermo subito nella cronaca dell’avvenimento, dato che descrivere una serata non ha molto senso, per passare invece ad un’analisi oggettiva dei contenuti emersi in tale occasione.

Prima considerazione: IL SUONO.
Tra le nostre due bande presenti e quelle estere c’era un abisso. Intonazione, pulizia del suono, ritmica, espressione: questi elementi caratterizzanti l’arte musicale, evidentemente sconosciuti sul nostro suolo nazionale, sono di casa all’estero. Persino la Banda dell’Aeronautica del Marocco ci ha letteralmente stracciato per qualità musicale. La cosa fa pensare, dato che teoricamente il Marocco dovrebbe essere uno Stato meno "sviluppato" del nostro... Facciamo finta che per le altre Bande presenti sia normale esprimersi ad un alto livello (Ucraina, Austria, Germania), ma comunque sia, abbiamo fatto, sotto questo aspetto, una pessima figura.

Seconda considerazione: LA DIREZIONE.
Mentre tutti i direttori delle bande estere possedevano una Tecnica della Direzione corretta e comprensibile (sicuramente il migliore è stato il direttore tedesco), i nostri mostravano lacune paurose. Non me ne vogliano se leggeranno queste righe, ma capisco che non sia colpa loro se non possiedono tali basi: in Italia si pensa ancora che per dirigere servano le parole ed il cuore, mentre invece sono tutte (mi si passi l’espressione) emerite balle.
Nei nostri Conservatori si confonde la Tecnica con la teoria musicale: morale, i nostri "grandi" direttori si sono specializzati tutti all’estero, mentre da noi si continua a non insegnare quanto si dovrebbe. Questo problema è comune anche nelle Bande "civili", ove ci si improvvisa direttori avendo in mano il classico "pezzo di carta" (quando c’è) e non le necessarie conoscenze tecniche.
Lodevoli sono le iniziative di alcune Associazioni Bandistiche nell’organizzare Corsi per Direzione seri (uno su tutti il Corso di Cremona), che trattino argomenti sconosciuti quali la Tecnica della Direzione, la Letteratura Bandistica e la sua Storia, le esperienze estere, oltre alle classiche materie di teoria musicale ... ma sono solo, appunto, lodevoli eccezioni di iniziativa privata.

E la dimostrazione di come la Tecnica sia sottovalutata nel nostro Paese, per non dire addirittura sconosciuta, si è avuta anche durante il "concertone" finale di tutti i gruppi assieme. Mentre i nostri due Direttori (non me ne vogliano) facevano i metronomi, gli altri Direttori dirigevano, dando espressività, attacchi... Molte occhiate e particolare attenzione era rivolta ai componenti delle nostre due bande, i quali, evidentemente non abituati a "guardare" il Direttore, hanno suonato come solisti ma non come componenti di un gruppo. E ciò non è bello.

Terza considerazione: IL REPERTORIO.
Mentre i gruppi stranieri hanno inserito anche brani caratteristici del proprio Paese nel programma eseguito, i nostri, oltre alle classiche marce militari italiane (alcune delle quali irriconoscibili), hanno pensato bene, dato che il nostro Paese è "povero" di cultura musicale, di eseguire pezzi quali "Whe are the champions" e il "Mambo n. 5". Per carità, in un programma ci possono stare anche questi, però assieme ad altri "nostri".
I Marocchini hanno eseguito alcuni loro brani caratteristici, così come i Tedeschi, gli Austriaci hanno eseguito solo marce della loro tradizione, gli Ucraini hanno inserito addirittura ballerini per danzare sulle loro melodie... gli Italiani niente di tutto questo.

Quarta considerazione: LE EVOLUZIONI.
Non mi dilungo più di tanto: le compagini estere hanno fatto cose "stellari", i nostri, salvo conversioni interne, esterne e qualche cerchio o quadrato, niente.
La diversità è data sicuramente dall’inesistenza di una cultura da parata nel nostro Paese, mentre all’estero, invece, questo aspetto viene curato molto, abbinato, naturalmente, alla qualità del suono.

Quinta considerazione: L’ORGANICO.
Era chiara la differenza tra gli organici dei gruppi italiani e quelli stranieri.
Forse ciò è dettato dal fatto che, mentre le compagini estere sono fisse, le due italiane, non Bande di rappresentanza, ufficiali, ma di reggimento, sono composte soprattutto da militari di leva. Di conseguenza, un Direttore si trova, di anno in anno, un organico diverso a seconda di ciò che "passa il convento" delle nuove reclute.
Da qui una domanda: ma perché non prevedere, allora, gruppi che si specializzino nelle evoluzioni da parata ?
A cosa serve avere molte Bande ufficiali (Esercito, Marina, Aeronautica, Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza ecc.) che sono fotocopie una dell’altra per organico (quello classico, il Vesselliano), mastodontiche per numero di componenti e che fanno solo concerti e parate senza evoluzioni particolari ? Non varrebbe la pena differenziare le loro caratteristiche ?
Avendo avuto la fortuna di assistere anche a più edizioni del "Military Tattoo" di Edimburgo, tale domanda diventa ancor più stridente: a parte che sono molti anni che un nostro gruppo non partecipa più (e forse è meglio, visto il livello), in Scozia ho visto e sentito Bande militari che hanno fatto fare un’ottima figura ai relativi Paesi di appartenenza.

Qui il ragionamento si aggancia all’articolo del M° Tamanini sopra citato.

Rispondendo al Direttore della Banda dei Carabinieri, egli critica gli "aggiustamenti" proposti per adeguare la composizione vesselliana in una più vicina alle nuove realtà.
Debbo dire che sono completamente d’accordo col M° Tamanini: la Banda vesselliana ha fatto il suo tempo, ma o ci si trasforma in Symphonic Band adeguando l’organico di conseguenza, oppure è meglio che si mantenga la forma vesselliana. Almeno, in questo caso, si compie un’operazione culturale e storica.
La domanda che nasce spontanea, però, è un’altra: a cosa servono sei-sette Bande praticamente uguali, che fanno lo stesso tipo di operazione ? Non sarebbe meglio differenziarle ?
Allora sì che potremmo avere gruppi che partecipano a Festival militari in giro per il mondo, strutturati in modo di rappresentarci degnamente.
Non serve a niente autoincensarsi: bisogna avere il coraggio di riconoscere i propri limiti e rimettersi in gioco, per imparare le competenze che non si possiedono.
Non c’è niente di male a riconoscere i propri limiti !
Se per migliorarci serviranno insegnanti stranieri, che si faccia anche questa scelta, fermo restando che alcuni italiani che si sono formati all’estero ci sono già.
E sperare che tale rinnovamento, che deve passare obbligatoriamente attraverso una qualificazione seria di tutte le figure componenti il gruppo musicale, dal Direttore ai musicisti, serva anch’esso a smuovere le cose e sbloccare la situazione italiana, al palo ormai da decenni. Anche nel settore delle Bande civili, il quale, salvo lodevoli eccezioni, ci pone tra gli ultimi posti in Europa e al mondo.

Spero che nessuno si senta offeso dalle mie parole: non era mia intenzione farlo. Però i problemi si devono affrontare. Oppure far finta che non esistano. Alla coscienza di ognuno la risposta.