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IL TAMBURO NELL'ESERCITO
di Renato Artesi

per gentile concessione del periodico TUTTOSTORIA, ALBERTELLI editore n. 45 novembre 1994
su cortese indicazione del Socio RAIMONDO TORELLI

PARTE PRIMA
Varie fogge di tamburi si trovano nella maggior parte dei baccanali scolpiti nei monumenti antichi: né Omero, né Pindaro, però, ne parlano: ne è fatta, parola nell’INNO A CIBELE. Nelle BACCANTI di Euripide, Bacco raccomanda ai suoi seguaci di prendere con se i tamburi dei quali si servono abitualmente i Frigi. I Greci, infatti, attribuiscono ai Frigi l’invenzione del tamburo: i Romani, invece, l’attribuiscono, ai Siri.

Il tamburo antico (dall’arabo tambur) è costituito da un largo cerchio di legno o di metallo, ricoperto, alle estremità, dalla pelle di un animale fortemente tesa mediante cordicelle: per farlo risuonare si adoperano le dita, più raramente le bacchette.

Orfeo chiama Bacco il Dio del tamburo: una leggenda ne attribuisce l’invenzione ai Coricanti perché il suo suono impedisce a Saturno di udire le grida di Giove. In un bassorilievo del museo Pio Clementino, raffigurante Samele ricondotto agli Inferi da Bacco, i tamburi che vi si scorgono sono molto simili a quelli in uso ai nostri giorni.

L’origine, però, dei grandi tamburi, è esclusivamente militare.

Gli Indiani, però, secondo Svida, ne fanno uso: vengono introdotti in Roma nei primi tempi della decadenza romana, i Mauri li ereditano dagli Indiani, gli Spagnoli dai Mauri. Il Larcher narra che Ziska, vicino a morire, ordina ai suoi soldati che, alla sua morte, facciano un tamburo della sua pelle: e ciò per incitarli ancora a combattere e a vincere.

I tamburi militari, impiegati prima di tutto in Oriente, vengono introdotti in Europa dai Saraceni, che li avevano adottati in luogo e al posto delle cornette per cadenzare la marcia delle truppo a piedi. I Francesi non conoscono il tamburo militare che nel XIV secolo: essi sono usati per molto tempo sotto il nome di tamburini e ritenuti prodotto inventato dagli Svizzeri.

I TAMBURI MILITARI
In un primo tempo, i tamburi si presentano sotto forma di cilindri cavi, fermati da una pelle tesa ognuna alle loro estremità. La loro altezza, a poco a poco, diminuisce in maniera di rendere i tamburi più leggeri, meno ingombranti durante la marcia per coloro che li portano senza, peraltro, diminuirne la sonorità. Questa, d’altronde, aumenta molto tempo dopo, piazzando diametralmente sotto la membrana inferiore (di minore spessore) una doppia corda di budello fortemente tesa e di cui si può, a volontà, regolare la tensione a mezzo di una chiave e di una vite di richiamo disposta a questo scopo sopra un lato della cassa.

La cassa è in rame giallo battuto, di forma cilindrica e la sua altezza, che non supera i ventuno centimetri, è ben inferiore al suo diametro che è di trentotto centimetri. Le pelli sono di vitello pergamenato; quella di sopra è detta pelle di batteria, l’altra pelle di timbro. Il suono viene così ottenuto con la percussione della membrana disposta superiore mediante due mazzuoli.

La ‘battuta di tamburo’ è sinonimo di segnale che si dà percuotendo, con le apposite bacchette, la pelle superiore, o sonante, del tamburo, Il suono di tale strumento non è il prodotto del sapiente gioco di varie tonalità, che esso non può rendere, ma si governa in maniera esclusiva, dalla maggiore o minore forza e frequenza dei colpi delle bacchette. Così la battuta del tamburo non ha per elementi costitutivi le note musicali, ma espressioni tutto affatto speciali, denominate: colpo semplice ( c ), trau ( t ), plau ( p ), rau ( r ) e rullo ( R ).

Il trau e il plau comprendono due colpi di bacchetta, il rau si compone di tre sino a nove colpi e il rullo non è che il rau da nove colpi rapidamente continuato. Vi sono battute regolamentari di tamburo per operazioni interne di caserma, quali: adunata, disunione, allarme, ritirata serale e battute regolamentari per operazioni diverse, come: il passo, la corsa, la marcia al campo e la marcia funebre.

IN TUTTI GLI ESERCITI
Precisata la composizione, il suono e l’uso del tamburo nelle sue parti essenziali, il tamburo viene usato sempre in tutti gli Eserciti per la qualità del suono, per la facilità con cui si può apprenderlo e suonarlo, per la resistenza che è eccezionalmente lunga e può consentire, ai suonatori, di sostituirsi l’un l’altro, senza che il suono cessi o i suonatori si stanchino eccessivamente.

Dopo una delle sue numerose battaglie, Federico II, Re di Prussia, chiede au suoi Generali quale sia stato l’uomo che abbia sostenuto maggiore fatica in quel giorno: <Vostra Maestà, certamente …> rispondono, in coro, i Generali. <Ebbene Vi ingannate – risponde il Re – chi ha lavorato di più è stato un povero tamburino, che, accanto a me, non ha cessato di stamburare per tutto il tempo della battaglia>.

Il tamburo è indicatissimo per far marciare, con precisione, il passo al soldato, sia per il ritmo rigidamente cadenzato, sia perché l’intensità e la durata del suono facilita il marciare con un ritmo costante.

E’ interessante la traslazione della parola TAMBURO e del suo suono in altri significati entrati nella lingua e nell’uso comuni, quali "marciare al suono, al rullo dei tamburi" oppure "a tamburo battente" (dal francese "à tambour battant") espressione usata a proposito di capitolazioni o in altre circostanze in cui siano tributati gli onori di guerra: "la guarnigione uscì a bandiera spiegata e a tamburo battente".

"Fuoco tambureggiante" o "Fuoco a tamburo" (tedesco "Trommelfeur") quello della fucileria e artiglieria contro le posizioni nemiche, spesso adottato come tattica di guerra per fiaccare la resistenza dei combattenti avversari.

Oggi si usa in senso figurato, come: subito, immediatamente, sui due piedi e, in questo senso, è anche adoperata la locuzione "sul tamburo", nata probabilmente dal fatto che il tamburo veniva usato, talvolta, come tavolino per giudizi sommari o simili, quando l’esercito era in campagna di guerra.

Nell’onda barbarica che precede il Medioevo, i tamburi vengono quasi banditi per dar posto ‘al rauco suono dei tartarei corni’, ma nel Medioevo rivivono. Dopo il Mille, quando ‘l’ordine mobilissimo seculare’ della Cavalleria si sparge e per le Corti dei Principi, dei Baroni, dei Vescovi, riprendono lena e vigore le tentazioni guerresche e i fieri ludi militari, anche i tamburi hanno una parte di primo piano. E quando Carlo d’Angiò passa dalla Provenza in Italia, ne reca con sé la moda e la passione.

 La SECONDA PARTE seguirà su IMMS ITALY BULLETIN 9.2